Una riflessione sull’esposizione universale di Milano

Nella memoria collettiva ai campi riguardanti l’agricoltura e conseguentemente l’alimentazione è riservato un interesse minimo per il semplice fatto che il cibo oggi è dato per scontato e non provoca reale interesse se non quando se ne può esibire un appariscente preparazione gastronomica, magari in tv. Se torniamo uno o due passi indietro, alla materia prima, mediamente importa pochissimo di cosa si tratti, da dove arrivi e come è stata ottenuta.

1304_15Attualmente la grande distribuzione alimentare soddisfa la quasi totalità del fabbisogno energetico occidentale trattando la questione come qualsiasi altro business. Ciò comporta l’effetto collaterale che il cibo è trattato come uno tra i tanti strumenti di guadagno. Il fine di un alimento in tal senso non è nutrirci ma massimizzare il profitto dell’azienda che lo ha prodotto. I recenti scandali come quello degli oli extravergini italiani truccati sono semplicemente azioni figlie della ricerca di questa massimizzazione, null’altro. Io credo ci sia in questo un certo grado di corresponsabilità tra noi cittadini-consumatori. Le scelte che compiamo ogni giorno acquistando un alimento se sommate hanno un peso politico ed economico che purtroppo ci sfugge. Nel corso del tempo l’attrazione del centro commerciale con il suo risparmio di qualche denaro sulla spesa ha contribuito, a modificare il sistema di produzione e distribuzione alimentare portando alle estreme conseguenze tutte le sue criticità, (l’impossibilità di controllo, la dispersione geografica delle materie prime, le logiche di speculazione finanziaria, l’esternalizzazione dei costi con il conseguente sfruttamento del lavoro e dell’ambiente, il land-grabbing ecc…).

Il premio Nobel Norman Borlaug, padre della rivoluzione verde la quale ha permesso un grande aumento di disponibilità di risorse alimentari nel ventesimo secolo, è tra gli scienziati preoccupati per il futuro alimentare di una popolazione mondiale in crescita. Su una posizione opposta è il premio Nobel Amartya Sen, (marito di una discendente Rothschild) e preside di uno dei più prestigiosi college di Oxford secondo il quale Non è il cibo a mancare, ma il denaro per acquistarlo.

Entrambe queste posizioni focalizzano l’attenzione esclusivamente sulla possibilità di avere a disposizione più cibo o più denaro per acquistarlo. Il punto che voleva invece essere centrale in Expo era legato al fatto che la disponibilità di cibo per tutti deve essere un obbiettivo che va di pari passo con la possibilità che ha il Pianeta Terra di produrlo a lungo termine. A pensarci un attimo non può che essere così!

Focalizzarsi speculativamente sull’economia del cibo o sull’aumento della sua produzione industriale non ci assicura affatto che la Terra abbia la possibilità di generarlo per tutti in maniera eco-compatibile e sostenibile nel tempo! La domanda e la riflessione che ne consegue dunque è: quanto Expo è riuscita ad esprimere tale concetto?

Analizzando l’offerta dei vari padiglioni questa domanda cruciale ha avuto spunti e risposte spesso tra le righe. Nella maggior parte dei casi la teatralità della scena l’ha fatta da padrone, a volte nascondendo un nucleo tematico presente e rigoroso come nei casi della Germania e dell’UE, in altri la scenicità e la bellezza dell’offerta non ha corrisposto ad un altrettanto interessante contenuto scientifico. Se vogliamo trarre degli insegnamenti importanti sul futuro della produzione di cibo dobbiamo comprendere come i messaggi anche lungimiranti lanciati da Expo devono essere tradotti prontamente a livello di politiche e a livello tecnico. Questo evidentemente è un lavoro che già si sta iniziando a compiere per cercare di rispondere alle criticità per cui l’Esposizione stessa è stata pensata. Il contributo di Expo a questa sfida è stato decisamente diretto all’aspetto tecnologico, messo in luce in maniera preponderante tra i padiglioni. L’aspetto che è invece venuto meno è quello legato al sapere, sia tradizionale sia esperto, in seno alla produzione di cibo e in seno alle dinamiche di funzionamento del terreno. Si potrebbe dire che è stata tralasciata la parte più noiosa della questione, ma forse la più cruciale.

Se è vero che l’investimento tecnologico è fondamentale è anche vero che questo è forzatamente legato alla visione che l’uomo ha del Terra. Attenzione però che può accadere che il pianeta non la veda alla stessa maniera dell’uomo!

1307_7La problematica di cui stiamo discutendo infatti è legata anche al danno che gli esseri umani hanno già provocato ai terreni per generare il surplus agricolo che ha sfamato il mondo nel XX secolo. Con la rivoluzione verde pensavamo di aver risolto i problemi di produzione alimentare. Da qualche tempo ci siamo accorti invece che quella soluzione agricola chimico-industriale figlia della seconda guerra mondiale è potuta essere efficace solo in un lasso di tempo piuttosto breve, in cambio di una forte depauperazione dei terreni. Continuando a far fede esclusivamente sulle capacità auto-risolutive dello sviluppo tecnologico ci troviamo al punto di ragionare sullo stesso tema commettendo gli stessi errori di antropocentrismo dilagante commessi durante l’abbandono dell’agricoltura tradizionale.

La tecnologia non è un bene, ne un male, bensì uno strumento che sta nelle mani di una sola delle specie che vivono sulla Terra. Se decidiamo di continuare a plasmare il creato a nostra immagine dobbiamo perlomeno cercare di imparare dai nostri errori e fare affidamento anche al sapere della terra. Quelle conoscenze ereditate da uomini, generazioni e civiltà con mentalità è culture meno antropocentriche della nostra, dove la natura era parte del sistema e non fuori da esso come accade oggi per noi. Quando questo tipo di sapere si combina con le rivoluzionarie conoscenze che ci sta offrendo ad esempio la microbiologia del suolo allora si possono creare esperienze di “agricultura” davvero innovative e con grandi margini di produttività ecocompatibile e sostenibile nel tempo.

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