RIPENSARE IL TERRITORIO PER AFFRONTARE IL FUTURO

Si legge, si discute e si scrive dovunque riguardo l’affanno della ricerca di un nuovo sviluppo per le economie dei nostri territori che sembrano persi nel marasma di questa corsa alla globalizzazione che ci ha resi tutti figli di uno stesso cielo e al contempo ci ha scoperti incredibilmente vulnerabili alle sue anche lievi intemperie. Nella nostra lussuosa, anche se inconsapevole posizione ci poniamo ogni giorno domande sul divenire della nostra economia, sulla sua competitività rispetto ai paesi emergenti e via discorrendo. Il modello nord-est su cui ancora oggi poggia il nostro pensiero politico e il nostro territorio fatica a reggere i mutamenti. E’ normale sia così. Nato sull’onda di un modello di crescita oggi completamente fuori luogo ci troviamo come detto sempre più spaesati. Passeggiando a piedi o in bicicletta tra i marciapiedi screpolati delle nostre zone industriali quale modello socioeconomico possiamo o abbiamo il diritto di immaginare?

Non credo ci sia una ricetta che compiutamente possa abbracciare le richieste di tutti visto che citando le parole di Gandhi “sulla terra c’è abbastanza per soddisfare i bisogni di tutti, ma non per soddisfare l’ingordigia di pochi”.

Ecco perché secondo molti i cittadini devono riprendersi il controllo dell’azione politica attraverso un percorso che li liberi dall’ignoranza funzionale e di ritorno, altrimenti ci sarà sempre l’alchimista di turno (spesso un economista) che inventa storie da raccontare finalizzate a consentire all’élite degenerata di controllare le risorse finite del pianeta.

Un serio e sincero piano d’azione deve raggiungere la sovranità energetica e alimentare delle comunità, attraverso la corretta pianificazione territoriale che recupera i tessuti urbani consolidati e favorisce la rilocalizzazione della produzione manifatturiera leggera. Una volta ripresa la sovranità economica, come spendere i soldi? Territorializzando e rigenerando le aree urbane presenti nei sistemi locali, che sono i veri ambiti ove riorganizzare le competenze delle istituzioni locali per governare le reti di città attraverso progetti bioeconomici, e non di mera crescita che distrugge la realissima economia locale. E’ in quest’ottica che possiamo programmare la formazione professionale per creare occupazione utile, per creare nuove e proficue filiere produttive, prima di tutto agroalimentari vista la necessità di concretezza prossima ventura.

Ecco che con il termine “filiera agroalimentare” s’intende tutto il processo che porta alla realizzazione di un prodotto alimentare finito, a partire dalla materia prima fino a ciò che arriva sulla nostra tavola.

Una filiera può essere più o meno corta o lunga a seconda del numero di passaggi e di soggetti che vi intervengono. Oggi si dà un particolare valore alle filiere corte che, permettendo di ridurre il numero di operatori economici coinvolti, cercano di garantire un maggior valore aggiunto a favore del produttore primario.

Nella filiera, l’azienda agricola in genere produce solo la materia prima, mentre l’azienda agroalimentare opera la trasformazione di questa in prodotti finali che sono commercializzati verso grossisti e/o dettaglianti. Talvolta l’azienda agricola, nei sistemi produttivi a “filiera corta”, gestisce anche le fasi della trasformazione, così come del confezionamento e commercializzazione, fino alla vendita diretta.

Nel nostro territorio si sta sperimentando in tal senso più di quello che si possa immaginare.

Tante idee imprenditoriali e socioculturali nascono nell’alveo di questa nuova idea di mondo finalizzato alla condivisione sociale e territoriale di flussi di conoscenze ed energie.

Ci sono persone che stanno sperimentando nuovi modi di lavorare condividendo gli spazi e puntando all’efficienza innovativa in tutti i campi come presso il centro Plus; ci sono aziende che stanno rivolgendo il loro focus imprenditoriale al recupero, al restauro piuttosto che alla creazione ex novo. Sono in fase di lancio anche nel nostro territorio realtà che cercano di cambiare direzione agricola aderendo alle C.S.A. ovvero all’agricoltura supportata dalla Comunità (in inglese CSA, Community Supported Agriculture).

Significa fare impresa comune fra contadini e consumatori. In Europa e nel mondo assume declinazioni particolari a seconda del luogo e del gruppo di persone che la mette in pratica, ma ovunque ha a che fare con la condivisione dei rischi e dei benefici connessi all’agricoltura biologica, contadina e di piccola scala, un’agricoltura che produce cibo gustoso, sano e vicino a chi lo mangia. Inoltre questa modalità pone attenzione alla sovranità alimentare cioè il diritto delle persone di prendere decisioni a proposito del cibo che mangiano, oltre che alla possibilità di sostenere idealmente, fisicamente e finanziariamente un’alternativa al modello della produzione industriale di cibo. In quest’ottica diventa imprescindibile scegliere e partecipare attivamente a un’agricoltura che pone attenzione a quanta energia è necessaria per produrre, in quali condizioni di lavoro e in quale stagione viene prodotto il cibo e quanta strada percorre.

Infine in questo tipo di esperienze è forte il desiderio di ricreare relazione fra chi principalmente coltiva e chi mangia, di restituire al cibo un valore e non solo un prezzo, di godersi la possibilità di conoscere da vicino chi coltiva ciò che mangiamo e fidarsi di come lavora e avere il piacere di vedere gli ortaggi che crescono, maturano e dànno frutti e provare la fatica del lavoro fisico nel campo. Dal punto di vista economico e finanziario in una CSA, una volta calcolati i costi necessari per sostenere la produzione (l’acqua, le piantine, i semi, il lavoro dei contadini e di chi amministra i conti), si suddivide il totale fra tutti i membri, che a fronte di una cifra versata a inizio anno (o in alcune rate) ricevono e si dividono ogni settimana il raccolto del campo.

Più semplice di quanto si possa pensare…

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