ANCHE DAVANTI A “ECONOMIA” ORA CI SI METTE “BIO”

L’interesse per la cosiddetta bio-economia deriva dal fatto che la produzione di merci a livello mondiale ha superato la capacità del pianeta di fornirle le risorse rinnovabili di cui ha bisogno.

Il giorno in cui l’umanità consuma tutte le risorse rinnovabili rigenerate annualmente attraverso la fotosintesi clorofilliana, è sceso all’otto agosto nel 2016! E non si può sottacere che la maggior parte della popolazione mondiale ne consuma meno di quanto sarebbe necessario per vivere dignitosamente.
La crescita della produzione di merci è la causa della crisi ecologica che sta minacciando la sopravvivenza dell’umanità. Fino a quando si continuerà a finalizzare l’economia alla crescita della produzione di merci la crisi ecologica è destinata ad aggravarsi.

La finalizzazione delle attività produttive alla crescita della produzione è anche la causa di fondo della crisi economica in essere che non è un’anomalia temporanea, ma la conseguenza inevitabile del modo di funzionare del sistema! Se il fine delle attività produttive è la crescita della produzione di merci, le aziende sono obbligate a investire in tecnologie che consentono di produrre di più per unità di tempo, riducendo l’incidenza del lavoro umano sul valore aggiunto. Ciò non comporta automaticamente, come in genere si pensa, una riduzione dell’occupazione. L’occupazione non diminuirebbe se in conseguenza degli aumenti di produttività si decidesse di ridurre l’orario di lavoro. Tuttavia la concorrenza non consente di fare questa scelta, per cui diminuisce il numero degli occupati!

Nei trent’anni di crescita economica dalla fine della seconda guerra mondiale, la riduzione del numero degli occupati in agricoltura è stata assorbita dagli incrementi degli occupati nell’industria, la successiva riduzione nell’industria è stata assorbita dai servizi, la riduzione nei settori industriali maturi e nei servizi è stata infine assorbita dalla produzione delle tecnologie che riducono l’incidenza del lavoro umano sul valore aggiunto, dalla produzione di oggetti progettati per non durare a lungo (obsolescenza programmata), al fine di accelerare i processi di sostituzione. Tutto ciò ha ritardato la crisi economica, ma ha aggravato la crisi ecologica perché ha aumentato i rifiuti e le emissioni di sostanze non biodegradabili dalla biosfera. Se in conseguenza degli aumenti di produttività non si riduce l’orario di lavoro ma il numero degli occupati, diminuisce la domanda a fronte di incrementi dell’offerta di merci. Questo problema è stato affrontato, dagli anni sessanta, incentivando l’indebitamento pubblico e privato per aumentare la domanda. Quando l’aumento della produttività non accompagnata da una riduzione dell’orario di lavoro si è estesa al settore terziario, l’occupazione ha iniziato a diminuire.

La globalizzazione è stata indispensabile al sistema per continuare a crescere aumentando sia il numero dei produttori e dei consumatori, sia i mercati in cui vendere, da cui attingere le materie prime e in cui delocalizzare gli impianti per sfruttare i costi inferiori.
Le leggi con cui il padronato dei paesi europei presume di riuscire a sostenere la concorrenza con i costi del lavoro nei paesi in via di sviluppo riducendo le tutele sindacali degli occupati e aumentando i contratti di lavoro precari – il jobs act e la loi travail in Francia – non fanno crescere l’occupazione contribuendo ad aggravare la crisi. A complicare il quadro è intervenuto ora un rallentamento delle economie dei paesi emergenti. Se la crescita della produzione di merci è la causa sia della crisi ecologica, sia della crisi economica che stanno minacciando il futuro dell’umanità, l’attenuazione di entrambe presuppone l’abbandono della finalizzazione dell’economia alla crescita.

La crisi economica non può essere superata con le politiche economiche tradizionalmente utilizzate per rilanciare la crescita, perché nessun problema si può risolvere rafforzando le cause che l’hanno provocato!
Se si valuta che per far ripartire la crescita occorre prioritariamente ridurre il debito pubblico, si tagliano le spese dei servizi sociali scaricando i costi del risanamento economico sulle classi subalterne. In questo modo però si accentua la crisi, perché le politiche di austerity deprimono la domanda interna. Se invece si ritiene che per far ripartire la crescita sia necessario sostenere la domanda incentivando l’aumento della spesa pubblica in deficit, o aumentando i redditi più bassi non si tiene conto del fatto che l’aumento dei debiti monetari è solo l’epifenomeno di un aumento del consumo di risorse e delle emissioni di sostanze di scarto nella biosfera; il che comporta un aggravamento della crisi ambientale.
Per ridurre queste conseguenze negative, si propone di incentivare la green economy. Tuttavia, se queste scelte vengono fatte allo scopo di rilanciare la crescita economica nell’ottica del cosiddetto sviluppo sostenibile, i vantaggi ambientali che si ottengono per unità di prodotto sono vanificati dall’aumento della quantità dei prodotti in valori assoluti!
Le tecnologie che riducono il consumo di risorse e l’inquinamento possono attenuare la crisi ecologica solo se sono finalizzate a ridurre il consumo delle risorse e le emissioni riconducendole a valori compatibili con il flusso energetico inviato dal sole e utilizzato dalla vegetazione per effettuare la fotosintesi clorofilliana. Solo se l’economia inizia a conteggiare l’ecosistema planetario e una certa decrescita come dice ora anche Papa Francesco potrà innescarsi un cambiamento positivo della situazione ecologica ed economica.

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